Prestare attenzione alla bellezza e amarla ci aiuta ad uscire dal pragmatismo utilitaristico

Papa Francesco, Saluto al Convegno “Dio non abita più qui”, 29.11.18

Beni Culturali & Valorizzazione


Prestare attenzione alla bellezza e amarla ci aiuta ad uscire dal pragmatismo utilitaristico

Giovanni Paolo II, particolarmente attento alla rilevanza pastorale dell’arte e dei beni culturali, ebbe a dire: «Nel formulare i loro progetti pastorali, le Chiese locali non mancheranno di utilizzare adeguatamente i propri beni culturali.

Questi, infatti, hanno una singolare capacità di spingere le persone a una più viva percezione dei valori dello spirito e, testimoniando in vario modo la presenza di Dio nella storia degli uomini e nella vita della Chiesa, dispongono gli animi all'accoglimento della novità evangelica» (Discorso all’Assemblea Plenaria della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa, 31 marzo 2000: Insegnamenti, XXIII [2000], 505).

Io stesso ho inteso dare all’estetica teologica un’espressione più marcatamente sociale, affermando ad esempio nell’Enciclica Laudato si’ che «prestare attenzione alla bellezza e amarla ci aiuta ad uscire dal pragmatismo utilitaristico» (n. 215); come pure ricordando, in un discorso alle Pontificie Accademie, l’importanza del lavoro degli architetti e degli artisti nella riqualificazione e rinascita delle periferie urbane e in genere nella creazione di contesti urbani che salvaguardino la dignità dell’uomo (cfr Messaggio ai partecipanti alla XXI Seduta Pubblica delle Pontificie Accademie, 6 dicembre 2016).

Seguendo il pensiero del Magistero ecclesiale, possiamo pertanto elaborare quasi un discorso teologico sui beni culturali, considerando che essi hanno parte nella sacra liturgia, nell’evangelizzazione e nell’esercizio della carità.

Essi, infatti, in primo luogo rientrano fra quelle «cose» (res) che sono (o sono state) strumenti del culto, «santi segni» secondo l’espressione del teologo Romano Guardini (Lo spirito della liturgia.

I santi segni, Brescia 1930, 113-204), «res ad sacrum cultum pertinentes», secondo la definizione della Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium (n. 122).

Il senso comune dei fedeli percepisce per gli ambienti e gli oggetti destinati al culto la permanenza di una sorta di impronta che non si esaurisce anche dopo che essi hanno perduto tale destinazione.

 


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